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Bivaccare
Cala la sera. Il sole,
lentamente, sta tramontando, colorando di rosso le cime degli alberi e
le nuvole. Il bosco stesso sembra prepararsi alla notte: gli animali si
fanno più attivi, la brezza spinge le foglie a cantare un'ultima
canzone, la luce via via si fa più dolce, più soffusa. E' il momento di
prepararsi al riposo, di sdraiarsi, chiudere gli occhi, ascoltare i
mille suoni della natura, inspirare il fresco profumo di resina,
ripensando alla giornata trascorsa, per lasciarsi cadere, piano piano,
nel sonno.
Il bivacco è definito come
"sosta notturna all'aperto", o "pernottamento di fortuna" (Dizionario
De Mauro). In effetti di questo si
tratta. Il bivaccare in un bosco, il passare la notte sotto le stelle
(ma anche sotto un furioso temporale), può e deve essere una
meravigliosa esperienza di avvicinamento alla natura, di immersione
totale nel silenzio rumoroso dell'ambiente che ci ospita. Ma può e deve
comunque essere fatto in tutta sicurezza, offrendoci protezione dagli
elementi e confort. Una buona notte di sonno è indispensabile per la
salute fisica e psicologica del trekker, e sopratutto del survivor!!!
Parlando dei mille rumori
del bosco, si deve dire che all'inizio l'esperienza, se fatta in
solitaria, è alquanto inquietante. Sembra impossibile la quantità di
rumori e versi "strani" che si sentono a notte fonda in una foresta. I
crack di rami secchi che si spezzano ci fanno immaginare bruti assetati
di sangue che ci cercano, o feroci plantigradi in cerca di un facile
spuntino. I versi degli animali notturni, che proprio per il fatto di
essere notturni non ci sono familiari, fanno immaginare chissà che
predatore spietato. Il movimento di animali che in genere di notte
escono dalle tane, come i tassi che sbuffano, abbaiano e si rincorrono,
ci fa scrutare preoccupati l'oscurità. In realtà i boschi di notte sono
più sicuri che di giorno. Infatti di notte il più feroce predatore che
circola sulle mie montagne, l'homo sapiens, preferisce luoghi più
frequentati e illuminati!! Quindi niente paura, al massimo può capitare
mamma cinghiale con i piccoli. Se ignorata fiuta il nostro odore e
cambia strada.
Quando si parla di bivacco, subito si
pensa alla tenda. Indubbiamente è lo strumento più utilizzato, più
conosciuto. Ma non è il mio preferito. Anzi, diciamo pure che è quello
che meno mi piace.
Altri sistemi per
bivaccare, che via via illustrerò tramite le mie esperienze, sono:
il telo (tarp, o telo tenda) e l'amaca;
il telo e il sacco da bivacco (bivy bag);
il bivacco di fortuna.
Attenzione: il bivacco non
è consentito dappertutto. Prima di partire consultate le autorità
competenti, come Comuni o Corpo Forestale, specialmente se ci si
avventura in aree protette. E ricordate che anche se il bivacco fosse
consentito (o, più spesso, tollerato), l'accendere un fuoco non lo è
quasi mai!!!
Il telo, questo
sconosciuto.
Durante il servizio
militare c'era il vecchio, piccolo e pesante, nonché affatto
impermeabile, telo tenda. Adesso si usa il cosiddetto Tarp, leggero,
sottile, poco ingombrante, impermeabile. Indubbiamente questo è il mio
bivacco preferito. I motivi principali di questa passione sono
semplici da spiegare.
Una telo necessita
solo di due alberi. Si può
utilizzare anche con uno solo, o semplicemente con i bastoncini da
trekking, o con due legni, o grosse pietre: ci sono svariati modi di
appenderlo, li vedremo in seguito. Si può usare anche senza sostegni,
nelle situazioni più estreme.
Un telo non ha bisogno di un fondo pulito come la tenda.
Sotto il telo ci può passare anche un torrente, comunque la protezione
da sole, vento e pioggia è assicurata.
Un telo non ha
bisogno di un fondo piano, può
essere usato anche sul ripido fianco di un vajo senza perdere le sue
funzioni.
Un telo occupa
pochissimo spazio e pesa relativamente poco,
i miei non superano i 900 grammi incluse corde e picchetti.
Un telo costa poco.
Decathlon ne ha uno da 3 x 3 metri al
costo di circa 26 €, completo di pali di acciaio (che naturalmente vanno
subito gettati via!!!) e tiranti.
Un telo si monta
in pochi istanti, anche senza
togliersi poncho e zaino sotto un furioso temporale. La conoscenza di
due semplici nodi permette di tirare un cordino in un attimo.
Un telo permette
una vivibilità totale.
Permette di stare sotto in piedi, ha uno spazio lussuoso rispetto alle
striminzite tendine da una persona, permette addirittura di accenderci
sotto un fuoco (ma non un falò
),
di stare in più persone, di mangiare e cucinare.
L'Amaca, il bozzolo che ci
ospita e protegge.
Amaca fa generalmente
pensare a spiagge caraibiche e Cuba Libre ghiacciato!! In effetti è in
Sudamerica che sembra sia nata, e dove maggiormente viene utilizzata
ancora oggi come letto.
Le amache da trekking non
sono più i grossi e pesanti teli di una volta: i materiali e le tecniche
costruttive si sono evoluti, fino a creare veri gioiellini per comodità,
leggerezza, robustezza, protezione. Generalmente si utilizzano le
cosiddette Jungle rated hammocks, amache con una rete antizanzare
installata, con 2 teli per evitare che gli insetti pungano da sotto e
per installare strati di isolante per proteggersi dal freddo. Il
materiale principalmente usato è la "seta da paracadute", un nylon
sottile ma molto robusto e relativamente traspirante, a rapida
asciugatura. Le corde vengono spesso sostituite da fettucce, per
aumentare il grip sui tronchi e per non danneggiare la pianta (cosa
quest'ultima che mi lascia perplesso: non mi sento affatto un killer
della natura per aver qualche volta appeso un'amaca a un albero con un
cordino rotondo!!!).
Non si pensi che amaca
voglia dire scomodità, anzi!!! Personalmente trovo che sia assai comoda
e rilassante. L'accortezza è dormire non per il lungo, ma leggermente in
diagonale, in modo da permettere alla schiena di stare dritta. In questo
modo si può stare tranquillamente anche di fianco, o a pancia in giù. La
larghezza del telo non dovrebbe stare sotto i 130 cm, mentre la
lunghezza è legata all'altezza della persona. In commercio si arriva a
lunghezze di 270 cm, comode ma non ideali per via dell'aumento di peso e
della necessità di tarp più lunghi per proteggere adeguatamente dalla
pioggia. Per dormire diagonalmente con facilità l'amaca deve essere
legata non troppo stretta, ma con una angolazione che ognuno deve
trovare con tentativi, fino a raggiungere l'ottimale.
Un plus delle amache è
proprio il loro stare sospese. Non ci si deve curare di quello che c'è
sotto: sassi, avvallamenti, dislivelli, pendenze, addirittura acqua.
Basta con la ricerca di zone adatte, e con i risvegli doloranti per via
di quell'unico, maledetto sasso che non abbiamo visto e che ci ha
torturato durante tutta la notte! Inoltre offrono una protezione enorme
rispetto agli insetti, alle formiche, ai ragni e ai serpenti, tenendoci
lontani da terra.
Un'amaca va appesa, come
dicevo, leggermente lasca, e l'altezza ideale è quella del petto: questo permette
un'adeguata altezza da terra e soprattutto di poter usare il nostro
letto anche come una comoda poltrona, sedendosi ma mantenendo le
ginocchia a 90° e i piedi a terra. Per proteggere dalla pioggia che cola
dai tiranti è necessario o utilizzare due moschettoni prima del telo, o
legare due spezzoni di cordino (o altri materiali spugnosi, come un
calzino) subito prima del telo stesso, per
permettere all'acqua di defluire a terra. A seconda della situazione
atmosferica, anche distanza fra amaca e tarp, e inclinazione di
quest'ultimo, variano sensibilmente. Vedremo tutto questo in pratica
nelle schede che seguono.
All'interno si possono
mettere materassini autogonfianti o normali da campeggio (i cosiddetti
CCF, Closed Cells Foams, materassi a celle chiuse), e teli
alluminati per riparare dal freddo appesi all'esterno, sotto, per
isolare dal suolo e dall'aria, ridurre la perdita di calore dovuta alla
radiazione (vedi per questo la sezione sull'ipotermia), senza incorrere nel fenomeno spiacevole della condensa (che
si avrebbe mettendo il telo alluminato all'interno). Infatti il corpo schiaccia il sacco a pelo e i vestiti,
riducendo drasticamente la capacità isolante di questi (sappiamo che è
l'aria intrappolata nelle fibre, naturali o sintetiche, che protegge dal
freddo creando un microclima confortevole). Non essendoci sotto nient'altro che aria in circolazione, il
freddo colpisce schiena e fianchi con notevole intensità. In rete si
trovano report di persone che, in climi estremamente freddi, utilizzano
l'amaca direttamente appoggiata al terreno proprio per eliminare l'aria
che circola al di sotto del corpo. E' una soluzione che non ho mai
provato, ma che sicuramente mi sembra valida: l'amaca alla stregua di un
normale bivy bag, con in più la protezione dagli insetti.
Il sacco da bivacco, o
bivy bag.
Non è altro che un
bozzolo, un grosso sacco a pelo, in materiale impermeabile ma isolante e
(relativamente) traspirante.
Si appoggia direttamente a terra, e dentro si mettono materassino e
sacco a pelo. E' una soluzione che non mi piace molto, per vari motivi.
Ha gli svantaggi della tenda, come lo spazio assolutamente angusto e il
contatto diretto con il suolo, e minore protezione da elementi
atmosferici e animali. La considero semplicemente una soluzione di
emergenza, che comunque può offrire, se abbinata a un tarp, un ottimo
riparo, specialmente in climi molto freddi, dove può essere parzialmente
o totalmente avvolto dalla neve (un ottimo, anche se freddo, isolante!!!).
In commercio si trovano anche sacchi da bivacco di fortuna, da mettere
nel kit di sopravvivenza, in nylon spesso. Sono relativamente poco
ingombranti e leggeri, e possono essere una soluzione valida nelle
emergenze. Non garantiscono però la traspirabilità, e questo è un
fattore di ulteriore pericolo, non indifferente e infido.
Il bivacco di fortuna.
Potrebbe succederci di
dover passare una notte nel bosco, senza preavviso (pensiamo per esempio
alla possibilità, non così remota, di perderci). In questo caso sarà
necessario trovarci un rifugio, per proteggerci dagli elementi e
dormire. Io ho sempre presente la
regola della sopravvivenza detta "dei tre":
tre
minuti senza aria
tre ore
senza riparo
tre
giorni senza acqua
tre
settimane senza cibo.
Potrebbe sembrare
un'esagerazione, 3 ore senza riparo. In genere, quando ci si perde, la
prima cosa a cui, comprensibilmente, si pensa è "Cavolo, e adesso cosa
mangio???". Invece il riparo è, nella stragrande maggioranza dei casi,
la priorità assoluta. Più del cibo, più dell'acqua.
In climi estremamente
freddi è facile capire il perché: acqua ce n'è in abbondanza, nella neve
e nel ghiaccio. Ma starsene al freddo gelido della notte è letale.
Quindi servono urgentemente un riparo per conservare il calore e un
fuoco per aumentarlo e asciugare gli abiti. Ma nel più caldo dei
deserti? A cosa mi serve un riparo? Non è più importante trovare da
bere? Beh, camminare con il sole a 40° che mi picchia in testa è il modo
migliore per sprecare acqua. Il riparo mi serve per conservare i fluidi
corporei. A camminare ci si deve pensare al tramonto, o all'alba, finché
la temperatura non diventa proibitiva. Qualcuno dice che si deve
camminare anche di notte. Non sono d'accordo, a meno che i rischi che si
corrono siano compensati dalla certezza di una meta sicura (un fiume,
una casa, una strada) e dall'urgenza assoluta
di raggiungerla il prima possibile. A meno che non ci sia un'ottima luna
piena, o si disponga di adeguate fonti luminose, camminare di notte è un
rischio che non vale la candela. Una distorsione, un'abrasione estesa,
ed è la fine della speranza di arrivare da qualsiasi parte!
La regola fondamentale della
sopravvivenza torna ancora indispensabile: S.T.O.P.
! Stop, Think, Orientate, Plan. Fermati, pensa, orientati, pianifica. A
sera, con il sole che cala, senza possibilità di tornare a casa, non
serve a niente accelerare il passo, correre, affannarsi. Ci si deve
imporre, si deve affrontare e vincere l'immancabile senso di panico che
prende chi si è perso, anche il più forte, anche il più preparato. Ci si
deve sedere, fare un bel respiro, rilassarsi. Si deve pensare: cosa ho
fatto, dove sono stato, cosa ho visto (piloni dell'alta tensione,
strade, ruderi...), quanto ho camminato? In salita? In discesa? Ci si
deve orientare, capire dove si può essere finiti. Si deve pianificare il
da farsi, con calma, dopo aver pensato ed essersi orientati.
Un rifugio di fortuna è
necessariamente legato ad alcuni fattori:
i
materiali disponibili;
gli attrezzi
che abbiamo con noi;
il
tempo che riteniamo non superabile per realizzarlo;
la
nostra condizione fisica;
gli
agenti da cui ci dobbiamo difendere (il caldo, la pioggia, il freddo, la
sabbia, gli insetti...).
Valutare questi fattori è
fondamentale. E fondamentale è il non sprecare energie: il rifugio di
fortuna deve essere piccolo, più piccolo possibile, realizzato con
materiali facilmente reperibili in loco, e la sua costruzione deve richiedere il minor
sforzo possibile. E deve essere adeguato alla situazione contingente, né
più né meno. Vedrò di spiegare meglio i concetti qui sotto, con qualche
esempio pratico.
Nelle sezioni che seguono
illustrerò i materiali che utilizzo, alcune tecniche e qualche trucco e
consiglio per affrontare al meglio il nostro bivacco nelle foreste,
sempre tenendo conto che parlo delle Prealpi Venete e di periodi
dell'anno con climi ragionevoli, raramente sotto 0° o sopra i 15° C,
ma con frequenti acquazzoni. |